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Il ritiro sociale volontario (la sindrome “hikikomori”)

Il dottor Saito Tamaki, lo psichiatra giapponese che per primo ha indagato la sindrome del ritiro sociale volontario in età giovanile e che ne ha individuato dei criteri diagnostici, ha proposto di riferirsi ad essa tramite il termine giapponese “hikikomori” (ovvero, letteralmente: “stare in disparte”).

Nel suo libro dal titolo: “Hikikomori. Adolescence Without End”, lo psichiatra sostiene che il modo migliore di inquadrare il comportamento di questi giovani è come “una grande paura del fallimento e una sensazione di smarrimento di fronte alla complessità della vita moderna”.

Questo rilievo riflette alcune caratteristiche tipiche della società nipponica, fortemente gerarchica e percorsa da una morale del sacrificio e dell’annullamento del sé. Tuttavia anche nella nostra cultura non mancano regole implicite a cui è difficile sottrarsi: più che l’impegno sacrificale e la gerarchia, in Italia e più in generale in Occidente, ci vengono richieste capacità comunicative, spigliatezza, estroversione e la voglia e il coraggio di metterci in gioco.

I giovani “hikikomori” non dispongono o non credono di disporre di queste abilità. Tuttavia, essendo spesso ragazzi e ragazze molto dotati, non vogliono accettare un ruolo marginale nel gruppo dei coetanei. Pertanto, pur non presentando almeno inizialmente una sintomatologia riconducibile a una malattia psichiatrica conclamata, essi si negano al mondo, riducono a zero la loro vita sociale e talvolta sviluppano una profonda e rabbiosa sfiducia verso gli altri, patendo una sofferenza acuta e mantenendosi attivi solo tramite l’uso di videogiochi “multiplayer” e di chat online.

D’altra parte questi ragazzi fanno parte di famiglie, che si sforzano tenacemente di comprenderli e di entrare in contatto con loro, svolgendo una funzione di mediazione tra il ragazzo o la ragazza in ritiro e una società che, malgrado le brillanti potenzialità di questi adolescenti, continua ad apparirgli come espulsiva, ostile o profondamente ingiusta.

Questi genitori, ma anche questi fratelli e queste sorelle, si trovano dunque a combattere una battaglia che si gioca su più fronti e non sempre la loro sofferenza e la loro solitudine vengono adeguatamente considerate.

I temi

L’intento della terapia rivolta agli hikikomori, è anzitutto quello di produrre un circolo virtuoso, che, a partire dai genitori e dai familiari degli adolescenti “hikikomori”, generi un miglioramento nella condizione dei ragazzi stessi.

Durante la terapia, ci si aspetta di affrontare i seguenti temi:

  • lo stigma sociale e la vergogna
  • i limiti dell’amore incondizionato e il tema della separazione
  • il corpo e le emozioni
  • il “fantasma” del successo.
  • l’utilizzo di internet e della tecnologia.
  • il tempo del giovane “hikikomori” come un tempo di attesa e un tempo di sviluppo

Gruppo di sostegno per familiari

Riflettendo sulle complesse problematiche del ritiro sociale, è nata l’idea di proporre un gruppo di sostegno per familiari, allo scopo di fornire supporto per la fatica e per lo smarrimento di coloro che sono quotidianamente a contatto con questi ragazzi e che si sforzano di trovare un senso al loro dolore. La nostra convinzione è che le esperienze dei diversi nuclei familiari e quindi anche le risorse attivate da ciascuno di essi, possano essere condivise e arricchirsi a vicenda in un’atmosfera di gruppo creativa e accogliente.

Il gruppo di sostegno per familiari resta per ora un progetto, per il quale è anzitutto necessario il raggiungimento di un numero minimo di nuclei familiari interessati a farne parte. Quando ciò sarà avvenuto, inizieremo con una prima serie di incontri, che immaginiamo a frequenza bimensile (ogni 15 giorni circa), condotti da psicoterapeuti formati sul tema “hikikomori” e arricchiti dall’utilizzo di materiale multimediale e da frequenti attività esperienziali.

 

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